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Intervista con La Stampa

Intervista con Fabio Panetta, membro del Comitato esecutivo della BCE, condotta da Marco Zatterin

5 maggio 2022

Come vede il terremoto economico da Francoforte?

L’evoluzione dell’economia è dominata dalle vicende della guerra. Gli choc globali emersi a seguito della pandemia – il rincaro dei prodotti energetici, le strozzature all’offerta di beni – sono stati rafforzati dall’invasione dell’Ucraina. Le tensioni sono divenute persistenti e si sono acuite: l’inflazione è in aumento, mentre l’attività produttiva mostra segni di fiacchezza. Questo rende le scelte della Banca centrale europea più complicate, poiché una restrizione monetaria volta a contenere l’inflazione finirebbe per colpire una crescita già in calo.

A che punto è la crisi?

L’economia europea di fatto ristagna. Nel primo trimestre la crescita è stata dello 0,2 per cento, e senza i picchi registrati in alcuni paesi – che potrebbero essere in parte “una tantum” – sarebbe stata nulla. Le maggiori economie soffrono: il Pil decelera in Spagna, è fermo in Francia e in calo in Italia. In Germania la dinamica è contenuta e mostra un indebolimento da fine febbraio, l’attimo in cui tutto è cambiato.

L’inflazione sale e il Pil frena. Brutta storia, le minacce divergenti.

Sì. Per di più, l’inflazione è alimentata da fattori internazionali che riducono il potere di acquisto e indeboliscono la domanda per consumi e investimenti. I margini di manovra della politica monetaria per influire su questa inflazione importata sono limitati, dobbiamo ammetterlo. Il motore dell’inflazione è globale, non europeo.

C’è chi dice che potreste agire sul cambio, apprezzando l’euro.

Il cambio dell’euro lo decide il mercato. Inoltre, gli choc che stiamo subendo sono talmente grandi che qualche punto percentuale di apprezzamento del cambio non cambierebbe granché. Senza considerare che un euro forte peserebbe sulla domanda estera, danneggiando ulteriormente la crescita.

Quale può essere la strategia di azione?

Dobbiamo innanzi tutto capire. Attualmente non disponiamo dei dati necessari per valutare con precisione gli effetti della guerra su domanda e crescita. Stiamo parlando di effetti potenzialmente ampi: la riduzione del reddito disponibile dovuta al rincaro delle importazioni è pari a tre punti e mezzo di Pil, circa 450 miliardi di euro. L’andamento del prodotto nel primo trimestre riflette solo parzialmente lo choc bellico. Per avere un quadro chiaro dobbiamo aspettare il dato del secondo trimestre. La nostra politica monetaria è guidata dai dati. Non possiamo decidere senza averli visti.

E allora?

La Bce deve essere cauta, consapevole di ciò che può fare ma anche di ciò che non può fare. Possiamo e dobbiamo evitare che l’inflazione si radichi nell’economia, trasformando l’aumento dei prezzi che noi stimavamo temporaneo in un fenomeno strutturale e permanente. Reagiremmo con decisione, ad esempio, se osservassimo un deterioramento delle aspettative di inflazione o aumenti salariali incoerenti con il nostro obiettivo di inflazione del 2% nel medio termine. Non vi è chiara evidenza che stia succedendo, ma non possiamo ignorare i rischi.

Cosa invece non potete fare?

Non possiamo imbrigliare l’inflazione da soli senza causare costi economici elevati. Occorre agire su più fronti, non solo con la politica monetaria.

Cosa intende?

La comunità internazionale ha il dovere di adoperarsi per fermare la guerra e per far cessare le atrocità che si stanno verificando in Ucraina. Ma sostenere l’Ucraina e impegnarsi perché la guerra finisca in fretta è anche il modo più efficace per ridurre rapidamente l’inflazione. La pace allenterebbe le tensioni sui mercati internazionali (petrolio, gas, alimentari) che spingono l’inflazione.

Vuole elaborare il concetto di “sostenere l’Ucraina”?

Per prima cosa, tutti speriamo che la guerra termini presto per via diplomatica, fermando la perdita di vite umane. Ma se così non fosse, credo sia giusto sostenere gli ucraini come loro ritengono meglio, anche aiutandoli a difendersi. E dobbiamo sostenere la loro economia.

In che modo?

Non è solo una questione di armi. C’è la diplomazia e c’è il sostegno all’economia. C’è la questione dei prodotti alimentari, per dirne una: la distruzione delle infrastrutture di trasporto merci in Ucraina si ripercuoterà sull’offerta mondiale di grano e cereali. Dobbiamo assisterli nella logistica, consentendogli di esportare nonostante il blocco marittimo e il danneggiamento delle infrastrutture di trasporto che stanno subendo. Lo stiamo già facendo: l’UE ha sospeso i dazi sulle importazioni dall'Ucraina e sta facilitando l'uso delle sue infrastrutture per fare arrivare le esportazioni ucraine nei paesi terzi. Possiamo fare di più e ottenere risultati importanti per loro e per noi.

Quali altri interventi sono possibili sul fronte dell’inflazione?

Dobbiamo rafforzare la cooperazione europea. Per reagire alle tensioni globali abbiamo bisogno di uno “scudo europeo”: vuol dire coordinare le politiche sull'energia – ad esempio per ridurre la dipendenza dalla Russia – e sull’import alimentare, raccordare le misure fiscali volte a contenere i costi dell'inflazione importata. Dobbiamo attuare gli accordi definiti a marzo nel vertice europeo di Versailles: nell’ambito della “autonomia strategica aperta” possiamo rendere più sicure le filiere produttive, diversificandole all'interno dell'Unione. Pensi alle opportunità offerte dalla possibilità di trasferire alcune fasi della produzione in regioni meno sviluppate d'Europa, come il Sud Italia, attraendo i capitali che stanno abbandonando i paesi che oggi sono considerati rischiosi dagli investitori globali.

Ecco l’ennesimo ritorno al Mezzogiorno.

Lo dico da tempo. La pandemia e la guerra ci hanno aperto gli occhi sui rischi oltre che sui benefici di delocalizzare in aree lontane da noi, e ci devono far riflettere sui vantaggi di investire al Sud. Il Mezzogiorno d’Italia è un’area più sicura e competitiva di altre parti del mondo. Soprattutto se gli interventi avvenissero all'interno di un progetto europeo volto a stimolare la creazione di filiere produttive regionali.

Sin qui va bene. Ma la Bce?

Con l’inflazione di medio termine effettiva e attesa intorno al 2 per cento possiamo ridurre gradualmente il grado di accomodamento monetario, stimolare meno l’economia rispetto al passato. Nell’attuale contesto, gli acquisti netti di titoli e i tassi negativi potrebbero non essere più necessari.

I mercati discutono di una decisione in luglio.

Non fa una gran differenza se agiremo due o tre mesi prima o dopo. Ciò che conta è il segnale, la direzione di marcia. E quella l’abbiamo indicata, dicendo che nelle prossime settimane decideremo quando terminare gli acquisti netti di titoli nel terzo trimestre. Poi decideremo sui tassi e potremmo decidere di concludere la fase di tassi negativi.

Ma sarebbe imprudente muoversi senza aver visto i dati del secondo trimestre e discutere misure ulteriori senza una piena comprensione dell’evoluzione dell’economia nei mesi successivi. Disquisire di quante volte agiremo in futuro, e quando, è un esercizio senza senso. Le nostre decisioni dipendono dai dati: dalla pandemia, dal conflitto in Ucraina, dall’economia globale – Cina, Stati Uniti – e dai riflessi di tutto questo sull’inflazione, sulla domanda e sulla produzione. L’incertezza e i rischi sono enormi, nessuno può ragionevolmente prevedere cosa accadrà da qui a fine anno.

È da temere più la stagflazione o la recessione?

Siamo in una fase delicata, dobbiamo temere ogni fonte di squilibrio dell’economia. Il compito della banca centrale è impedire che l’inflazione nel medio termine risulti incoerente con l’obiettivo del 2%. Ci potrebbe essere un costo economico da pagare: dobbiamo ridurlo al minimo, per salvaguardare l’occupazione e la crescita.

Esiste la possibilità di ricorrere al programma OMT, Outright Monetary Transactions, varato nel 2012 per l’acquisto condizionato di debito pubblico in caso di crisi?

La lezione della crisi del debito sovrano è che in una Unione con una politica monetaria unica e politiche fiscali nazionali una restrizione monetaria può provocare effetti altamente indesiderabili, se la crescita è insoddisfacente.

Dobbiamo evitare che con l’aggiustamento monetario emergano fenomeni di frammentazione finanziaria. Soprattutto se la frammentazione derivasse da cause indipendenti dalle politiche dei paesi membri, quali la pandemia o la guerra. Di fronte a una frammentazione finanziaria che ostacolasse la trasmissione della politica monetaria interverremmo con decisione. Ma l’OMT riflette una stagione diversa e politiche europee diverse. Il successo del nostro programma pandemico di acquisto di titoli e quello del programma europeo di investimento NGEU indicano che ci sono altre strade, fatte di flessibilità e di cooperazione, non di contrapposizione, tra Europa e stati membri.

Cosa devono fare le capitali?

Gli eventi dell’ultimo biennio richiedono un coordinamento europeo più stretto. La transizione energetica, l’attuazione dell’agenda digitale, l’ammodernamento dei sistemi sanitari, il rafforzamento della nostra capacità di difesa e gli altri obiettivi stabiliti dai leader europei in marzo nel vertice di Versailles generano un fabbisogno di investimenti per la produzione di beni pubblici comuni superiore alla capacità degli stati membri, se agissero da soli. Come ho mostrato in un recente intervento, per il complesso dell’Unione nel prossimo decennio il fabbisogno ammonterà a diverse centinaia di miliardi di euro ogni anno, e vi potremo far fronte soltanto rafforzando la capacità fiscale a livello europeo.

Intanto in Italia si dibatte su un ulteriore scostamento.

Di fronte alle sfide globali l’Italia deve continuare a svolgere un ruolo attivo in Europa, contribuire a scelte che vanno nella giusta direzione di una maggiore coesione europea, anche a livello fiscale. L’intervento del Presidente del Consiglio al Parlamento europeo è stato un fatto importante.

Come con i collocamenti del Pnrr, ritiene necessarie azioni comune su energia, transizione ecologica e bilanci?

È già previsto – implicitamente o esplicitamente – dalle conclusioni di Versailles, compreso il potenziamento della capacità fiscale a livello europeo. Ora dobbiamo conseguire progressi in questa direzione.

Un brutto sogno è una guerra che continua, la recessione, l’inflazione, le tensioni sociali. Infesta anche le vostre notti?

Gli scenari da tregenda non considerano la reazione delle politiche economiche. Quanto accadrà in futuro dipende anche da noi. La diversa esperienza della crisi pandemica rispetto alla crisi finanziaria è emblematica.

Le politiche fiscali adottate dopo la crisi finanziaria – basate sull’austerità, sulla compressione della domanda interna – contribuirono a prolungare la crisi economica, dopo uno choc in partenza inferiore a quello pandemico. Anche la politica monetaria assunse il necessario tono espansivo solo con l’arrivo di Draghi alla BCE.

La reazione al COVID è stata diversa. Abbiamo stimolato la domanda interna con un ampio intervento fiscale europeo. La politica monetaria è intervenuta con decisione, garantendo favorevoli condizioni di finanziamento in tutti i paesi dell’eurozona, annullando le pressioni deflazionistiche provocate dallo choc. E ha funzionato: la caduta del Pil è stata profonda ma breve, ed è stata seguita da un netto rimbalzo.

Per questo non è utile discutere scenari da fine del mondo ignorando la nostra capacità di intervenire.

A proposito di cose instabili. In una conferenza alla Columbia University ha sostenuto la necessità di regolamentare le cripto-attività. A cosa pensa?

Ho avanzato una proposta semplice: assoggettare le cripto-attività a regole analoghe a quelle di altri settori. Perché se vinci la lotteria di fine anno paghi tasse e se invece vendi una cripto-attività no? E perché un’azienda quotata, che produce e dà lavoro, ha regole precise per raccogliere risparmio, mentre se sbologni cripto-attività non devi spiegare nulla a nessuno? Il mondo delle cripto-attività non può rimanere una sorta di Far West privo di norme: va regolato come gli altri settori quanto a imposizione fiscale, trasparenza, informativa al pubblico e così via.

In alcuni casi una regolamentazione o una tassazione più severa sarebbero opportune. Pensi alle cripto-attività che inquinano come un paese di dieci milioni di abitanti in un anno.

Va fatto in fretta?

Sì. Il valore delle cripto-attività supera quello dei mutui sub prime che scatenarono la crisi finanziaria, ed è un mondo di cui sappiamo poco. Vivere con un’incognita così non è prudente.

La contromossa sarebbe l’euro digitale….

La crescita delle cripto-attività rivela una domanda insoddisfatta di attività digitali e di immediatezza nei pagamenti. Quella domanda va soddisfatta, e se non lo fa il settore “ufficiale” – banche centrali e intermediari regolamentati – lo faranno altri. Per questo la BCE sta lavorando alla sua valuta digitale. Che non ha nulla a che fare con le cripto-attività. L’euro digitale, al contrario delle cripto-attività, sarebbe una moneta solida, affidabile a beneficio dell’intera società. Come il contante, ma in forma digitale.

Quando?

Entro il 2023 dovremmo definire un prototipo. Avremo poi tre anni per realizzarlo. L’euro digitale potrebbe essere emesso tra quattro o cinque anni, se il Consiglio direttivo della BCE e le autorità europee decideranno di farlo.

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